Dematerializzazione: sostituibilità legale e scetticismo culturale

di Gianluca Passaro

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Si parla oggi di digitalizzazione in riferimento al raggiungimento degli obiettivi di efficacia, efficienza ed economicità

Eppure, nonostante la messe di dati costantemente aggiornata da più fonti circa il grado di penetrazione di questi strumenti nella PA, l’esperienza quotidiana (di funzionari e di utenti della Pubblica Amministrazione) sembra smentire un reale impatto di questi strumenti e ridurre sensibilmente la portata del loro significato nella innovazione dei processi e nel rapporto tra PA, imprese e cittadini. Come a voler dire che, anche una volta acquisiti sia sul piano normativo che rispetto alla disponibilità di mercato, questi strumenti non sono in grado di incidere realmente sul cambiamento dell’Amministrazione e nei suoi rapporti con il territorio, in altre parole non sono in grado di incidere sul cambiamento nelle modalità di relazione tra la PA ed il territorio.

Ci riferiamo in particolare alla prospettiva della PA locale, un benchmark particolarmente significativo rispetto alla capacità dell’Amministrazione di creare valore per lo sviluppo economico e sociale di un territorio. Il dato quantitativo, pur restituendo solo una parte del fenomeno, ne evidenzia pienamente le contraddizioni. L’indagine CNIPA sui costituendi CST ? i Centri di Servizio Territoriale, che fanno riferimento a Comuni di piccole e medie dimensioni ? fotografa uno scenario di consolidamento soltanto apparente degli strumenti per la dematerializzazione: la diffusione del protocollo informatico in questi Comuni si attesta al 90% (con un “livello di anzianità” da più di tre anni pari al 43%); il livello di disponibilità della Posta Elettronica Certificata scende alla soglia del 40% (che cala ulteriormente al 22% per l’indicatore sul reale utilizzo, ed al 17% nel rapporto tra disponibilità e iscrizione all’IPA, l’indice della PA al quale è obbligatorio iscrivere almeno un indirizzo di posta elettronica collegata al sistema di protocollo informatico); mentre il rapporto tra numero di addetti e numero dei certificati di firma digitale (attivi o dormienti) è fermo al 5%.

Il livello di incertezza rispetto al reale utilizzo di questi strumenti che è possibile leggere anche grazie a questi dati testimonia di una difficoltà prima di tutto culturale; un elemento che emerge con maggiore rilevanza se incrociato con altri dati. Il più recente rapporto ASSINFORM, ad esempio, evidenzia un incremento della domanda di ICT presso il mercato di consumo (famiglie e privati) superiore al 10% rispetto all’ultimo anno e la tendenza positiva, sia pur inferiore in termini percentuali, è confermata per il mercato delle imprese; una indagine del Centro Studi ABI recensisce in circa 6 milioni di cittadini italiani gli utenti di conti correnti online, ampiamente utilizzati per transazioni comuni e disposizioni permanenti; di contro, solo il 3% delle Amministrazioni, tra quelle dotate di sito web di servizio, offrono servizi che consentono l’avvio e la conclusione per via telematica di un intero iter procedurale, sia esso transattivo o documentale (dati ISTAT 2007, su elaborazione dell’indagine CNIPA-CRC).

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