C’è una coppia di servizi innovativi che muovono i primi passi: l’hosting virtuale e il disaster recovery via network. PMI.it li ha visti in azione a Ginevra, nel datacenter di Interoute, un’azienda londinese con un network di 53 mila chilometri in fibra, che si estende da New York a Sofia, da Madrid a Milano, fino alla Scandinavia. Interoute ha sette datacenter sparsi per l’Europa. È proprio grazie alla forza della rete che Interoute è riuscita a lanciare, qualche settimana fa, un primissimo esempio di servizio hosting network-centrico.
Come funziona? Si parte dal concetto di hosting virtuale, che di per sé è ormai una cosa consueta e che si pone tra l’hosting fisico e quello condiviso. Un utente si collega dal computer o dal palmare dell’azienda, via internet tramite un account, al proprio sistema operativo virtuale, dove fa girare le applicazioni e i servizi che vuole. Come se fosse un computer o un server normale.
Il sistema è virtuale perché non occupa un hard disk o un computer dedicato, ma alcune parti di risorse hardware. Nell’hosting virtuale tradizionale, però, queste risorse sono concentrate in un solo datacenter; al solito, prendono una parte di un hard disk. La novità dell’hosting virtuale network-centric è invece che le risorse possono essere sparpagliate lungo i vari datacenter europei. La virtualizzazione diventa quindi senza frontiere.
L’utente può spostare il sistema virtuale, con alcuni clic dall’interfaccia di Interoute, da un datacenter all’altro in Europa, a seconda della convenienza del momento. Oppure lo stesso sistema virtuale può girare su molteplici datacenter in contemporanea, anche distanti migliaia di chilometri, allo scopo di fare ridondanza dei dati oppure per suddividere i carichi di lavoro tra diverse risorse hardware.
I vantaggi? Le economie di scala ottenibili grazie all’impegno di una rete trans-nazionale, nella fornitura del servizio, permettono di abbatterne i costi all’utente finale. La possibilità di suddividere il sistema tra vari datacenter migliora la flessibilità del servizio, cioè amplia le configurazioni possibili. Terzo vantaggio: il disaster recovery diventa a sua volta trans-nazionale e quindi intrinsecamente più sicuro. Ipotizziamo che il sistema di una banca vada KO, magari per un virus, un attacco informatico. In automatico e immediatamente si attiva la copia di quel sistema, posta in un datacenter esterno. Nel giro di un tempo variabile da 50 millisecondi a qualche minuto (secondo una stima Interoute) è in grado di offrire gli stessi servizi, dai computer del personale e agi clienti che per esempio si connettono per fare e-banking. Va ko anche la copia? Interviene quella di un secondo datacenter, in un’altra nazione. Il che serve soprattutto nel caso di disastri su larga scala, alluvioni, blackout, addirittura guerre, che possono coinvolgere l’intera città o Paese dov’è presente il sistema fisico. I servizi (per esempio hosting di siti web), forniti dall’azienda coinvolta del disastro, come se niente fosse, continueranno a essere disponibili agli utenti finali.