Imprese "Altra Economia": un mercato da 60 mld di euro

Imprese "Altra Economia": un mercato da 60 mld di euro

di Alessandra Gualtieri

lunedì 21 settembre 2009

In Italia aumentano le Pmi operanti nella cosiddetta Altra Economia: un business profittevole che fa emergere le potenzialità di Finanza etica, Credito cooperativo ed Energie rinnovabili

Dal "Primo rapporto nazionale sull'Altra Economia", realizzato da Obi One Coop e presentato in occasione dell'omonimo festival a cura della Regione Lazio, emerge un quadro imprenditoriale dinamico e pieno di opportunità per le Pmi: in controtendenza rispetto alla crisi, le "imprese alternative" producono il 4% del Pil lordo e 60 mld di euro di valore aggiunto, dando lavoro a 1,4 milioni di occupati.

Quali e quante sono le aziende italiane dell'Altra Economia? Parliamo di un bacino di oltre 167.000 imprese e organizzazioni no-profit che ogni anno registrano entrate superiori ai 50mila euro.

E non si parla solo di agricoltura biologica (PIL a 1,3 mld di euro) e Commercio equo e solidale (PIL da 11 milioni di euro), ma anche di Finanza etica ed Energie rinnovabili, Riuso e riciclo dei materiali e software libero.

Ad accomunare le imprese che operano in settori così diversi è il reinvestimento degli utili nell'azienda stessa.

I dati statistici raccolti e rielaborati da Obi One Coop rivela come questo segmento produttivo costituisca oggi per l'economia italiana una interessante leva di sviluppo e ripresa post-crisi, considerato che oltre ai 700mila volontari impiegati l'Altra economia assorbe il 6% degli occupati complessivi nel Paese.

Finanza etica e Credito cooperativo sono ancora settori giovani, ma "pieni di speranze": 60 imprese, 230 addetti, valore aggiunto di 11 mln di euro per il primo; 430 piccole banche, 30mila addetti e un valore aggiunto di 5 mld di euro per il secondo.

Le Energie rinnovabili è il settore più interessante: in Italia, le fonti rinnovabili soddisfano il 17,1% sul consumo interno lordo di energia elettrica. Le 360 imprese che vi operano, producono e distribuiscono energie alternative per 2,4 mld di euro di valore aggiunto, dando impiego a 11mila occupati.

Il Software Libero occupava a fine 2008 27mila addetti e interessava quasi 6mila imprese, per un valore aggiunto di 1,4 mld di euro.

Tra i nuovi e più profittevoli segmenti spicca tra tutti quello del riuso e riciclo, con 65mila imprese che producono un valore aggiunto di 23 miliardi di euro ogni anno, impiegando 546mila lavoratori. Si tratta di una realtà in forte evoluzione, che non annovera più tra le sue fila soltanto i piccoli artigiani o la cosiddetta "filiera corta" ma si estende fino a divenire sistema industriale.

Alla luce degli incoraggianti dati ci si interroga a questo punto sullo scenario normativo italiano? Fino a che punto l'Altra Economia è sostenuta dall'attuale assetto legislativo? Lo scenario è frammentato.

La Regione Lazio, forte sostenitore delle nuove realtà d'imprewsa alternative, si è impegnato dal 2005 predisponendo le prime leggi su agricoltura biologica e di software libero e istituendo il Fondo per il microcredito. Quest'anno, inoltre, ha varato la prima legge regionale italiana sull'altra economia, definendone ufficialmente settore, normativa, azioni di sostegno e diffusione, nonchè stanziando i primi fondi ad hoc.


  • Cara Alessandra,

    concordo con il tuo articolo. Da circa un anno seguo la campagna di comunicazione della CAE per l'Altra domenica.

    Ma in questo ambiente manca ancora un livello di consapevolezza pienamente orientato alle logice di business, anche se "sostenibile".

    scritto da fabrizio scatena - martedì 22 settembre 2009 alle ore 9.49
  • Concordo con il precedente intervento. In un interessante articolo di M.E. Porter (Harvard Business Review) sul punto d'incontro tra CSR e vantaggio competitivo, tra gli altri aspetti si sottolinea come gli effetti della reputazione sociale di un'impresa sulle preferenze d'acquisto dei consumatori o sulla performance nei mercati azionari non sono ancora .... evidenti. Il rapporto indiretto tra buone azioni e atteggiamenti dei consumatori è a tutt'oggi difficile da misurare. Tuttavia, una corretta selezione delle cause sociali, delle "buone azioni" cui aderire, da parte delle imprese profit, orientata alla ricerca, l'individuazione di un "valore condiviso", presenta certamente maggiori probabilità di tradurre l'iniziativa sociale in ...business. Massimizzando così il ritorno per tutti gli attori in gioco (agperrini@gmail.com). A.P.

    scritto da angelo perrini - martedì 22 settembre 2009 alle ore 14.12
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