Il manager in Italia: contraddizioni e nuove tendenze

Sfatando i vecchi luoghi comuni e analizzando il panorama italiano, uno sguardo ai nuovi manager italiani, tra nuove leve e dirigenti di lunga esperienza

Qual è la situazione dei manager nelle aziende italiane? L’Italia non è considerata “un paese per giovani” a livello dirigenziale, anche se esistono eccezioni, tuttavia, se si volesse fare un bilancio nazionale si assisterebbe a forti contraddizioni.

Nuovi manager in azienda

Troppo spesso i giovani manager sono assunti e molto ben pagati, ma poco sfruttati nella pratica: principalmente nelle imprese della New Economy (ma in verità può capitare in qualsiasi tipo di impresa), sono assunti per il desiderio di innovazione e rinnovamento, e per sviluppare nuovi business: quasi subito, però, vengono demansionati e messe in un angolo, in favore di manager Old Economy che perseguono i processi tradizionali.

In questi casi manca il confronto tra innovatori e conservatori, che in ogni impresa consente di accrescere la quantità e qualità delle iniziative e strategie del management.

Nei casi opposti, in questi manager la dirigenza ripone fiducia totale, a volte sproporzionata, che rende sordi e ciechi alle valutazioni degli altri dipendenti e collaboratori: questi manager sono strapagati ma alla fine le aziende si ritrovano sull’orlo del fallimento e i conti in rosso. Perchè? Perchè manca l’applicazione di un opportuno sistema di verifica dei risultati, che sia legato allo stipendio almeno per una parte variabile.

In molti casi la modalità di sostituzione del management non avviene per merito: a volte l’ascesa di un giovane manager è frutto della fortunosa conseguenza di eventi, fatti di professionalità e opportunità, del trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Altre volte l’opportunità scaturisce da conoscenze politiche piuttosto che da meriti di campo.

Spesso si richiede ai manager interni la disponibilità alla job rotation (rotazione di lavoro) interna all’azienda per favorire la carriera, ma poi si scelgono figure di alto management che hanno avuto una carriera al di fuori dell’azienda.

Come scegliere il manager

La rivista MCS qualche tempo fa pubblicava uno studio secondo cui, per lo sviluppo delle imprese, il manager ideale era una figura che aveva alternato incarichi in Italia e all’estero ricoprendo posizioni differenti, con particolare attitudine alla gestione delle diversità e ovviamente con una naturale inclinazione al rapporto verso le persone, al gioco di squadra, interessi extra-lavorativi ed eventualmente relazioni con associazioni di volontariato.

La situazione è diversa nelle Pmi dove l’attività dei manager è soggetta a concorrenza, globalizzazione e si è instaurata una naturale selezione darwiniana fondata sul merito per coloro che ricoprono posizioni decisionali e strategiche: non a caso, in queste aziende il tasso di ricambio dei dirigenti e di natalità delle aziende è pari ai livelli europei.

Dove abbonda la competizione, il merito resta un fattore primario di successo: o si impara a nuotare o l’azienda affoga. Anche l’opinione pubblica difende i manager delle Pmi: l’81,6% degli italiani è convinto che siano uno dei pochi ambiti della società italiana in cui conta la meritocrazia.

Dunque, in un contesto di mercato sempre più competitivo appare fondamentale per ogni azienda di ogni dimensione valutare correttamente l’operato di un manager, specie se giovane, e incrementare le leve che possono incidere sull’efficienza.