Nonostante la diffusione di strumenti ICT avanzati, il telelavoro stenta ancora a decollare tra le imprese italiane, lavorativamente parlando poco evolute e flessibili in questo senso. E a nulla valgono le considerazioni sul risparmio di tempo e denaro (costi operativi: affitto uffici, utenze, manutenzione) e sulla redditività (i telelavoratori sono più a loro agio lavorando da caa e utilizzano spesso parte del tempo che avrebbero impiegato per gli spostamenti casa-ufficio).
Il punto chave è che il lavoro a distanza viene inteso come un atto di fiducia da parte dell’azienda nei confronti dei dipendenti: se questo avviene davvero, non può che incrementare la motivazione e la dedizione al progetto aziendale, con ricadute positive sulla produttività.
Conseguentemente, anche assenteismo e turnover diminuiscono, nonostante i datori di lavoro vogliano credere il contrario. Ma non è finita: il lavoro da remoto sviluppa capacità come l’autonomia e il lavoro per obiettivi di chi lo svolge, accrescendo le competenze in aziende facilitando la conservazione dei talenti al mutare di condizioni (trasferimenti troppo lontano dalla sede di lavoro, post-maternità, malattie e disabilità).
Grazie al telelavoro, inoltre, un’azienda può ampliare il bacino delle candidature professionali, così da includere i candidati potenzialmente migliori, anche quelli non disponibili al trasferimento presso la sede centrale.
Infine, gestire il team di una Pmi in telelavoro è un ottimo strumento per ridurre i costi di start-up di nuove iniziative imprenditoriali, abbassandone di fatto il rischio.
Negli USA si incoraggia molto il telelavoro ma anche l’Italia ha qualche buona pratica da raccontare: Poste Italiane ha constatato che, grazie ad un programma di remotizzazione dei contact center, la produttività è aumentata del 30% e il tasso di assenteismo calato del 25%.
I sindacati non sono d’accordo: il dipendente puro e schiavo tenderebbe (finalmente) alla sparizione. E con lui (finalmente) anche il sindacato.