Le statistiche parlano chiaro: in Italia si lavora più di 8 ore al giorno e ci si sente anche fortunati così, pur di mantenere il proprio posto, che in molti casi rischia di venire a mancare a causa della crisi. Lavorare troppo, al limite dello sfinimento, per dimostrare fedeltà all’azienda è dunque l’ultima aberrante declinazione di una malsana tendenza a concepire il proprio impiego come unico elemento di realizzazione personale. Il risultato è che oggi “si vive per il lavoro” invece di “lavorare per vivere”.
Il cambiamento di mentalità incide sull’individuo, sempre più soggetto ad ansie, stress e depressione.
L’abitudine italiana di lavorare tanto, unita alla progressiva crisi dell’occupazione degli ultimi anni, ha generato un clima di incertezza, ansia e addirittura in qualche caso depressione per la perdita reale o potenziale del posto di lavoro.
Non è solo un problema economico: vi incide una manipolazione concettuale che grava sul singolo e di cui è necessario prendere coscienza.
Secondo le rilevazioni ISTAT, rispetto agli altri paesi UE l’Italia presenta i maggiori livelli di ore lavorate per persona (lavoro dipendente). Di contro, presenta una tendenza alla diminuzione del monte ore pro capite molto meno netta rispetto agli altri paesi.
I motivi sono ricongiungibili a tre fattori principali:
Il ripristino di un corretto equilibrio e valutazione del proprio ruolo in azienda consente di focalizzarsi sulle proprie aspirazioni, soprattutto lavorative, generando quelle spinte motivazionali necessarie a rimettersi in gioco magari attraverso l’iniziativa privata e l’avvio di una propria attività.