Ecco i capisaldi della Riforma del Lavoro nei piani del Ministro Elsa Fornero, così come si apprende da anticipazioni a margine dell’avvio del tavolo fra governo e parti sociali del 23 gennaio:

Riforma del Lavoro Fornero: le nuove regole su contratti, licenziamenti e salari
Si tratta di una riforma del diritto del lavoro che sembra recepire l’impianto dell’ipotesi formulata due anni or sono dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Una riforma che rende più flessibile il mercato del lavoro ma contemporaneamente mira a tutelare maggiormente il lavoratore, sulla base di quanto avviene in molti paesi europei. L’impressione è che intorno ai punti fondamentali di questo “piano Fornero” ci sarebbe una seria possibilità di accordo fra le parti.
Vediamo innanzitutto quali sono nel dettaglio le misure allo studio.
Si profila uno sfoltimento delle tipologie contrattuali previste al momento in Italia (48 contratti secondo i calcoli dell’Inps).
La novità principale riguarda il contratto d’ingresso, che diventerebbe uguale per tutti chiamato CUI (contratto unico).
La fase di ingresso potrà avere una durata diversa a seconda dei vari tipi di lavoro, e potrà durare fino a tre anni.
In questo periodo, il lavoratore – anche nelle aziende con più di 15 dipendenti – non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ed è quindi soggetto a licenziamento ma dietro pagamento di un risarcimento economico: si parla di un importo pari a cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato, o del pagamento di sei mesi di indennità nel caso di una fase di ingresso di tre anni (la durata massima del CUI).
Dopo questo periodo di inserimento, il contratto diventa a tempo indeterminato.
Novità anche per contratti a tempo determinato, a progetto. Si pensa di stabilire un soglia minima di stipendio sotto la quale questi contratti non si possono fare: il tetto di cui si parla è pari a 25mila euro, con esclusione dei lavori stagionali.
Significa che per importi inferiori a questa cifra non si potranno più fare contratti a tempi determinato.
Si tratta di una misura che vuole “sanare” una situazione che vede, secondo i dati di uno studio del Collegio Carlo Alberto di Torino, diretto da Pietro Garibaldi, il 98% degli stipendi a tempo determinato sotto la soglia dei 35mila euro.
Si prevede un tetto anche per le altre forme di lavoro flessibile, come i contratti a progetto o le collaborazioni cooordinate e continuative. Qui il limite dovrebbe essere di 30mila euro lordi: sotto questa soglia, i contratti verrebbe automaticamente trasformati a tempo indeterminato.
Sempre in tema di stipendi, si parla della possibilità di stabilire un salario minimo da fissare per legge oppure dai vari contratti di lavoro nazionali.
Infine, riforma degli ammortizzatori sociali. Anche qui, l’idea è quella di semplificare introducendo un solo strumento che vada a sostituire le diverse possibilità attualmente previste (cassa integrazione ordinaria o straordinaria, mobilità, sussidi): si va verso la fissazione di un reddito minimo di disoccupazione. Si tratta di un capitolo molto delicato, anche perchè molto costoso.
Per quanto riguarda tempi e iter della Riforma del Lavoro, il tavolo fra le parti si apre lunedì 23 gennaio. Per il governo, come è noto, se ne occupano il ministero del Lavoro Elsa Fornero e il titolare dello Sviluppo Economico Corrado Passera.
Sembra che l’intenzione sia quella di non procedere per decreto (come fatto per la manovra finanziaria di fine 2011 o per il provvedimento in fase di preparazione sulle liberalizzazioni), ma attraverso un disegno di legge.
Il ministro Elsa Fornero ha l’obiettivo di concludere il lavoro legislativo entro fine febbraio.
ritorna come prima la stabilizzazione dopo 36 mesi , e per chi ha fatto i 36 mesi in questi 3 anni dal 2007 ad oggi che non c’era più la stabilizzazione che fine farà .non è giusto bisognerebbe che la legge sia retro attiva almeno per i posti dove si continua ad assumere a tempo determinato per sostituire chi a fatto 36 mesi e non e stato stabilizzato come invece si faceva prima e si farà ora,non e giusto spero che qualcuno pensi pure a noi poveri sfortunati che siamo capitati in un momento negativo che tra l’altro si e dimostrato fallimentare visto che si ritorna al vecchio sistema di stabilizzazione dopo i tre anni . grazie
Secondo me con questa riforma non si risolve il problema del lavoro perchè un contratto a tempo detterminato non potrà mai fare progetti per il futuro poichè se viene licenziato deve campare su un rimborso che prima o poi finisce e dopo come va avanti viste le difficoltà di trovare una nuova occupazione. Non sarebbe meglio che venisserò incentivati coloro che assumono giovani a tempo indetterminato faccendo un in modo che anche la produttività del paese cresca.
Propongo di attuare questa legge sul lavoro per i politici che ci stanno governando ora però senza le loro attuali agevolazioni cioè li metterei a 200 euro al mese per 3 anni e con 8 ore di lavoro 7 gg, poi passati i tre anni li licenzierei. Vediamo quanto campano.
La domanda è: questo periodo di 3 anni di prova con licenziabilità senza giusta causa dietro indennizzo crescente riparte da zero ogni volta che il lavoratore cambia azienda? Se sì, non pensate che pochissimi lavoratori avranno il coraggio di cambiare un posto di lavoro che è sicuro, per uno che gli costerà una precarietà di 3 anni, che oltretutto all’inizio prevederà solo un piccolissimo indennizzo? Non si rischia che chi ha un posto a tempo indeterminato diventi uno schiavo dell’azienda perchè non avrà il coraggio di andarsene altrove?