Telelavoro a tempo indeterminato: si può ma non si vuole – 3

Nonostante i vantaggi economici e una precisa regolamentazione contrattuale, le aziende italiane preferiscono sorvegliare i propri dipendenti piuttosto che fidarsi..

Tra le Pmi la diffusione del telelavoro è decisamente inferiore: da studi recenti risulta una pratica minoritaria e di nicchia, eletta solo da imprese giovani e aperte alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dal Web.

A cosa è dovuto questo ritardo? Da molti è attribuito al modello economico, poco incline, in cui Manifatturiero e piccola impresa – dove la presenza fisica del lavoratore è imprescindibile – la fanno da padrone. Molti altri propendono sulle forti resistenze culturali, che vuole a tutti i costi esercitare un controllo fisico sulla effettiva produttività dei lavoratori, anche se tutte le statistiche dicono esattamente il contrario.

Eppure i progressi tecnologici rendono oggi molto più estesa la disponibilità del telelavoro, permettendo la condivisione totale dei documenti e la comunicazione del tutto sincrona, sia scritta che audio-video, riuscendo così a contrastare alcune delle resistenze che molti manager e molte aziende tradizionalmente muovono contro il telelavoro.

Quali sono le professioni più diffuse in questo ambito? Le condizioni necessarie restano due: poter lavorare senza vincoli di presenza fisica e che la materia prima del proprio lavoro sia fatta di elementi intangibili, e cioè informazioni: seguendo questo criterio, tutte le attività lavorative che non richiedono la produzione di beni materiali sono candidate potenziali, soprattutto se richiedono un alto grado di lavoro intellettuale piuttosto che manuale, con compiti gestibili individualmente o comunque suddivisibili in pacchetti di lavoro e che producono risultati misurabili.

Per informazioni aggiornate e dettagliate è possibile consultare Telelavoro Italia, nell’ambito del progetto europeo European Telework Development.