Lavoro autonomo: quando nasconde la subordinazione

La sentenza della Cassazione che chiarisce i requisiti per valutare la natura subordinata del rapporto di lavoro degli autonomi in azienda.

Con la Sentenza n. 19436/2017 la Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti in merito ai requisiti necessari per la riconducibilità a subordinazione delle prestazioni autonome dei lavoratori, precisando che non è sufficiente la presenza assidua di un lavoratore all’interno dell’azienda per vantare il rapporto di subordinazione in luogo della prestazione autonoma.

Per far diventare l’autonomo un dipendente va provata la percezione di una retribuzione fissa, nonché l’obbligo di presenza in determinate fasce orarie.

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Il caso riguardava una lavoratrice autonoma che chiedeva le venisse riconosciuta la subordinazione con conseguente versamento da parte dell’azienda delle relative differenze retributive e del TFR spettante.

La Corte di Appello di Roma aveva confermato la pronuncia di primo grado, rigettando tale richiesta. Dello stesso avviso i giudici della Corte di Cassazione, i quali hanno precisato che a fronte delle acquisite risultanze testimoniali e delle allegazioni di parte non poteva affermarsi che la lavoratrice autonoma fosse tenuto all’osservanza di un orario di lavoro e a giustificare le proprie assenze. Inoltre la presenza della lavoratrice in azienda non era incompatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa autonoma. In più la lavoratrice non ha comprovato di aver percepito una retribuzione mensile.

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In sostanza, si legge nella sentenza della Cassazione, dalle dichiarazioni testimoniali non si evidenziava alcuno degli elementi caratterizzanti la subordinazione, ossia della soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, che discende dall’emanazione di ordini specifici oltre che dall’esercizio di un’assidua attività di vigilanza e controllo sull’esecuzione della prestazione lavorativa.

Fonte: Corte di Cassazione.

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